Rotary Club di Riva dei Tessali e Città di Ginosa
di Maria Carmela Bonelli
“Civiltà Rupestre in Terra Jonica”: un volume pregiato, introvabile, storico. Una iniziativa editoriale che, nel 1970, sigillava l’intuizione storiografica e la direttiva metodologica di Cosimo Damiano Fonseca, destinate ad aprire nuovi orizzonti al fenomeno del vivere in grotta.
E’ questa la tematica del Convegno “Dalle chiese in grotta alla civiltà rupestre”, che avrà luogo oggi, a Ginosa, presso il Teatro Alcanices.
Un vero evento – organizzato dal Rotary Club di Riva dei Tessali d’intesa con l’Amministrazione Comunale di Ginosa – a 40 anni, appunto, dal fondamentale volume di Cosimo Damiano Fonseca, pubblicato nella Collezione di Edizioni d’Arte della Claudio Bestetti - Milano/Roma.

L’iniziativa – nell’essere un omaggio al celebre Medievista massafrese – ripercorrerà, attraverso la relazione del prof. Pietro Dalena, Ordinario di Storia medievale, l’articolazione metodologica, avviata pionieristicamente dallo Studioso, già sul finire degli anni ’60, per giungere ai percorsi recenti (si pensi ai Convegni Internazionali della Fondazione S. Domenico), costantemente caratterizzati da quella lettura dinamica e prospettica, che conferma l’autorevolezza e la lungimiranza di ogni suo intervento.
Il vivere in grotta con Fonseca «verrà sdoganato a livello accademico e riscattato a livello delle popolazioni locali. Da “vergogna” nazionale a patrimonio culturale internazionale, come si è detto per la vicina Matera. E’ questo il riconoscimento che il Rotary Club di Riva dei Tessali ha voluto conferire al Professore nominandolo Socio Onorario del sodalizio ben 15 anni or sono e che vuole conferire oggi davanti ad una significativa rappresentanza di quelle popolazioni locali, che oggi sentono le gravine, i villaggi e le chiese rupestri più vicine a sé, più appartenenti alla loro storia, al loro Essere», sottolinea Carlo dell’Aquila, Presidente del RC di Riva dei Tessali.
« Fonseca – spiega Pietro Dalena, anticipando un passaggio della relazione – ha dato dignità scientifica ad un fenomeno sino ad allora relegato a forme di puro trogloditismo, segnato da esperienze di vita eremitica. Ha il merito di aver sollecitato l’attenzione della comunità scientifica internazionale. A partire da “Civiltà Rupestre in Terra Jonica” si incomincia infatti a dar voce e identità alla gente comune, agli abitanti delle grotte; si restituisce dignità civile a soggetti senza storia, o ai confini della storia. In fondo si incomincia a ricostruire uno spaccato di storia del Mezzogiorno più organico, denso di vicende e di protagonisti».
Da quel momento la formula “civiltà rupestre”, interpretata da alcuni come ossimorica, rimbalza nel dibattito storiografico europeo, ove l’aggettivo rupestre viene assunto non più nell’accezione limitativa, legata al trogloditismo, ma nella valenza intrinseca, strutturalmente determinata dalle peculiarità territoriali.
Cosimo Damiano Fonseca avviava una revisione di ciò che fino ad allora era stato scritto: solo chiese rupestri, cripte e monachesimo basiliano. Smontando tutto questo apparato, riportava il fenomeno all’interno della realtà paesaggistica, attraverso un’interpretazione della vita in rupe in senso sociale, civile, culturale e cultuale.
Pietro Dalena ricorda che «la cripta fino a quel momento risultava l’espressione di una sola cultura: quella monastica. Da questo panorama mancava il territorio, mancavano le anime, i contadini, i pastori. In breve, i “rupestri”: coloro che avevano utilizzato le grotte e modellato il paesaggio, riempendolo di contenuti economici, civili e culturali. Fonseca, storicizzando una serie di dati rinvenienti dall’habitat, costruisce un modello dell’insediamento umano in contesti rupestri, non alternativo né subalterno rispetto ai fenomeni politici e culturali delle aggregazioni demiche urbane».
Gli studi sul fenomeno rupestre cambiavano orientamento, determinando nuovi percorsi e nuove implicazioni.
E tutto a partire dal volume del 1970, pietra miliare, punto d’approdo da cui salpare verso altre acquisizioni – fra le quali la definizione di popolamento e di aree omogenee – scrupolosamente restituite dal suo alto magistero scientifico, posto costantemente al servizio della promozione sociale e culturale del Mezzogiorno d’Italia, sempre in bilico fra vocazione mediterranea e proiezione europea.
La Città di Ginosa, condividendo e sostenendo l’iniziativa del Rotary Club di Riva dei Tessali, con l’odierna manifestazione intende ribadire la propria gratitudine all’illustre Accademico: «Sapere di un’occasione in cui si onorano gli studi del Prof. Fonseca, autentico ambasciatore e custode della cultura meridionale – afferma il Sindaco Luigi Montanaro – non deve rappresentare esclusivamente un momento di fine crescita culturale, bensì un prezioso luogo da cui esprimergli il sentito ringraziamento per aver esaltato la cultura del “vivere in grotta”, che ha caratterizzato il nostro territorio e la nostra storia».
«La gravina è uno dei segni della Storia» risponde il Professore quando gli vien chiesto cosa essa sia, oggi, nel suo cuore, «l’ho “sposata”… tra i diversi soggetti di ricerca». E’ un connubio speciale e duraturo, che ha portato anche il patrimonio rupestre ginosino all’attenzione nazionale ed internazionale. Nello specifico, si pensi – solo per citarne due fra tanti – all’intervento “Il popolamento rupestre nel Regno di Napoli: dinamiche sociali ed esiti urbanistici. Il caso della Civitas Genusii”, tenuto nel 2004 a Valencia, in occasione del XVIII Congresso Internazionale d’Història de la Corona d’Aragó.
Inoltre, al saggio “La Cripta di Eliseo tra grotte dirupi”, pubblicato nel 1986, all’interno del volume “Segni/Radici/Persone/Testimonianze sulla cultura del Sud”, a cura dello IASM.
Se nel primo emerge il rigore documentario proprio dello Storico di rango, nel secondo prevalgono le note del cuore e gli accenti della nostalgia. Si tratta infatti di una rievocazione, in chiave romantica e romanzata, legata ad una giornata estiva – propedeutica alla pubblicazione del ’70 – trascorsa nella gravina di Ginosa fra fotografie e rilievi, non di rado inediti.
«Era l’estate, la calda estate del 1969, nella gravina chiamata Rivolta, ubicata ai margini di uno di quei suggestivi agglomerati urbani dell’arco jonico, dove la continuità tra habitat rupestre e volumi costruiti, conferisce al paesaggio il ruolo di testimone autentico, anche se muto, della continuità della vita storica dall’età della pietra sino ad oggi. Andare per grotte e per di più quando il sole riscalda il duttile e recettivo tufo di questi avvallamenti, non è certo impresa da diletto né tanto meno una esercitazione di quel turismo chiassoso che nella rapidità della sosta brucia i tempi necessariamente lunghi della conoscenza e della partecipazione. Queste gravine sono alvei di fiumi abbandonati, dove l’acqua per millenni si è assunto il compito di fare da sigillo durante gli interminabili cicli delle ere geologiche o preistoriche prima di svelarle alla frequentazione dell’uomo. Fu su un pianoro creato tra l’antico letto del fiume e lo spalto segnato dalle occhiaie delle grotte che comparve improvvisamente Eliseo […] la voce di Eliseo rievocava storie e leggende sugli abitatori di questo villaggio rupestre, vere e proprie dimore di contadini e di pastori con le loro abitudini, i loro costumi, i loro gesti semplici ed austeri […]».
Il nome di Eliseo, sebbene legato ad un incontro reale, diviene simbolico e suscita una sorta di “viaggio” nel tempo memoriale, il tempo rinveniente da lontano, che si colora dei caldi toni del racconto, affidati ad una voce, che assume in sé tutta l’essenza, sociale e spirituale, degli uomini e delle donne, vissuti in strutture grottali, sostanziate e vivificate dal viver quotidiano.
La valenza letteraria e narrativa fa sì che il brano – che sarà affidato alla voce del noto Maestro laertino, Giovanni Tamborrino, con accompagnamento al pianoforte di Elisabetta Fusillo – nel trascendere la localizzazione territoriale, assurga a spaccato emblematico di un comprensorio che, da Matera – attraverso Ginosa – raggiunge Crispiano a nord e Grottaglie ad est. Il comprensorio delle gravine, custode delle vestigia di una storia sedimentata nel e dal tempo, i cui segni – a lungo ignorati – Fonseca ha decodificato organicamente, restituendoli alla comunità scientifica ed al suo e nostro Sud.
Fonte: Corriere del Giorno, 21/01/2010, p. 14.